Che lingua serve per dire l’indicibile?

Adriana Meis
8 min readJan 27, 2022
Fabbrica di gomma Buna-Werke nel lager Auschwitz-Monowitz (1941), dove lo scrittore Primo Levi (1919–1987) ha fatto dei lavori forzati. Foto: Bundesarchiv, Bild 146–2007–0058 / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 DE <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/de/deed.en>, via Wikimedia Commons.

Nel primo testo di Quel che resta d’Auschwitz — “Il testimone” — , Giorgio Agamben (1998) punta sulla necessità o sul rifiuto dei sopravvissuti dei campi di sterminio di raccontare la loro esperienza. Ci sono quelli che, usciti vivi dal genocidio perpetrato dai nazisti, per poter sopravvivere ai rispettivi ricordi ne hanno preferito tacere. Altri come Hermann Langbein (LANGBEIN, 1994, p. 186 [1] citato da AGAMBEN, 1998, p. 13) hanno scelto di diventare testimoni. Per quanto riguarda lo storico questo sarebbe stato non soltanto una necessità (istintiva) ma proprio la ragione (consapevole) per sopravvivere alle indicibili vicende del campo, riflette Agamben (1998, p. 13).

Ma “raccontare”, parola che ho usato poche righe sopra, e “testimoniare” non sono esattamente la stessa cosa; infatti Langbein s’interroga su quale sarebbe lo scopo di testimoniare visto che non avrebbe mai avuto la possibilità di gridare al mondo quello che sapeva. Nonostante ciò, pare che non si possa separare il testimoniare dal raccontare. Come scrive Levi (1989) — per Agamben (1998, p. 14) “un tipo perfetto di testimone” — , sono un’esperienza non soltanto sua ma pure di altri prigionieri del campo di sterminio i sogni (gli incubi?) in cui, quando riescono a scappare dal campo, provano a raccontarne delle crudeltà e delle sofferenze a famigliari ed amici disinteressati e non attenti.

Sembra dunque che il linguaggio svolga un ruolo fondamentale tanto rispetto alle esperienze di Langbein e di Levi quanto all’approccio di Agamben sui racconti del campo e sul fatto storico — la Shoa — in sé.

Nel caso di Levi, le abbondanti note all’edizione scolastica di Se questo è un uomo attirano la nostra attenzione all’intertestualità, al trattamento simbolico dello spazio, allo scopo della scrittura di certe parole o dialoghi in lingue che non l’italiana ed altri fatti che rendono palese la cura di Levi con il linguaggio.

Lui avrebbe intuito o saputo quello che poi studiosi come Agamben verranno a riflettere rispetto ai “racconti dei campi”: come dire l’indicibile, o come dirlo in modo da non svuotare il terribile senso di quello che è successo?

Forse dire con secchezza, oggettività, come uno che racconta come se fosse stato fuori di quello che ha testimoniato: il testis, come spiega Agamben (1998, p. 15) in confronto al superstes, quello che ha vissuto il fatto di cui dopo farà testimonio. Nel capitolo in cui parla di quelli che non avrebbero mai potuto testimoniare perché non sopravvissuti — i “sommersi” — , Levi (1989, p. 144) definisce il Lager come “una gigantesca esperienza biologica e sociale”.

La credibilità del racconto di Levi, la strategia trovata da lui per non svuotare l’indicibile nel dirlo, sarebbe stata il prodotto della combinazione, nel fare interpretativo del lettore, tra la consapevolezza rispetto alla condizione di superstes dello scrittore ed il linguaggio di testis utilizzato da lui. Sarebbe un modo di affrontare la possibilità suggerita dall’incubo, ossia, la non attenzione degli altri verso la sua esperienza; in quanto genere testuale più vicino alla letteratura che alla documentazione della realtà, il racconto di Levi richiede del lettore qualcosa di diverso che “consapevolezza”. Se ad uno non piace la letteratura, va bene; ma se a questo non colpisce la evidenza del crimine che è stato commesso, allora sarebbe difficile da vivere in mezzo a quello che si chiama società o civilizzazione oppure umanità; in ultima istanza, sarebbe difficile il vivere stesso.

Se il desiderio di testimoniare/raccontare é un fatto di linguaggio di tipo motivato che spinge qualcuno alla sopravvivenza, ce n’è un altro di tipo non motivato, ossia, nel contesto del campo, di tipo “naturale”. Si tratta della competenza di parlare in altre lingue, specie ovviamente il tedesco. Ci sono tanti passaggi in cui Levi segnala tra le caratteristiche dei prigionieri la loro capacità di comunicazione, di parlare o di capire altre lingue. Sebbene uno possa imparare le principali parole del tedesco del Lager, egli parte da una posizione sfortunata; di solito i sommersi, i “mussulmani” hanno tale disagio di tipo linguistico, e tra di loro specie gli italiani.

Insomma, chi non può parlare, non può raccontare; se non parla la lingua del Lager non sopravvive, e se non sopravvive il suo testimonio mai sarà udito, letto, capito.

Potrebbe allora un “salvato” parlare per questi che non possono parlare? Potrebbe un salvato raccontare la più indicibile delle esperienze, quella dei “sommersi” uccisi nelle camere a gas o morti di fatica, di botte, di malattia, se non l’ha proprio vissuta perché fortunatamente non morì?

Questo è uno dei punti discussi da Agamben e che trova il suo motivo emblematico nella tragica storia del bambino Hurbinek, che Levi ha conosciuto dopo la liberazione. Sebbene senza saper parlare, il bambino, nato nel campo e che dovrebbe avere tre anni all’epoca dell’arrivo dei sovietici, balbettava una parola il cui suono si è convertito nel nome che gli hanno dato.

Come dice Levi, il piccolo prigioniero aveva gli occhi vivi che saettavano di richieste, uno sguardo che palesava la necessità della parola che nessuno gli ha insegnato. “Hurbinek morì ai primi giorni del marzo di 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole” (LEVI, 1995, p. 166 [2] citato da AGAMBEN, 1998, p. 35).

Agamben propone che la lingua, per testimoniare, deve dare il posto a una non-lingua proprio per mostrare l’impossibilità di testimoniare. Ma a questa non-lingua non basta che sia consapevolmente priva di senso, anzi che sia la voce autentica di qualcuno che, per diverse ragioni, non può testimoniare.

Pare che il filosofo già svolgeva questi argomenti prima del testo su Auschwitz, pubblicato nel 1998. In Idea della prosa, collana di saggi-frammenti del 1985 (edizione brasiliana di 2013), si trovano alcuni dei semi delle idee che fioriscono nel trattamento del linguaggio di/su Auschwitz. Sembra, per esempio, che l’idea espressa nell’affermazione “Onde acaba a linguagem, começa não o indizível, mas a matéria da palavra” (AGAMBEN, 2013, p. 27) sia sulla base della non-lingua come condizione del testimonio. Poi, il capitolo “Ideia do Único” tratta della unicità della lingua a partire dall’esperienza del poeta Paul Celan — la cui non-lingua poetica è paragonata a quella di Hurbinek in Quel che resta di Auschwitz (AGAMBEN, 1998, p. 34) — , a chi provarono a convincere di non scrivere in tedesco, la sua lingua e lingua dei nazisti assassini dei suoi genitori. Nonostante ciò, il poeta dice que “Só na língua materna se pode dizer a verdade. O poeta mente se usa uma língua estrangeira” (CELAN, 1996 [3] citato da AGAMBEN, 2013, p. 40).

Se questa affermazione va portata a un senso più ideale, può darsi che la proposizione di Agamben sia che la “Verità” si raggiunge soltanto attraverso una lingua materna che viene prima di ogni linguaggio, una lingua che non ha parole. Sarebbe pertanto la lingua dell’infante, que “[…] nunca está tão intacto, distante e sem destino como quando, no nome [4], está sem palavras frente à língua”; e “O infante que, piedosamente, recolhe essa promessa e, mostrando embora sua vanidade, se decide pela verdade, decide recordar-se desse vazio e preenchê-lo, é o poeta” (AGAMBEN, 2013, p. 41).

Levi aveva qualcosa da dire e temeva di non essere capito o che la sua (e di tanti altri) esperienza non fosse giustamente valutata. Probabilmente per questo avrebbe deciso di usare il linguaggio della letteratura, che anche nella prosa porta in sé qualcosa di poesia attraverso la funzione poetica. Il testimonio di Levi potrebbe essere riconosciuto come autentico e legittimo pure rispetto all’esperienza dei non-sopravvissuti perché prova, come proposizione, ad avvicinarsi a quel linguaggio “della verità” che Agamben attribuisce alla non-lingua di chi non parla — gli infanti, l’infante-emblematico Hurbinek — e che è un effetto prodotto da Celan nella sua poesia.

Soltanto si potrebbe parlare di una verità indicibile attraverso un linguaggio che, nella sua forma, si allontana dai generi del documento.

Mentre leggevamo e discutevamo in aula l’opera di Levi e i testi critici di Agamben e di Márcio Seligmann-Silva (2000) mi veniva in mente un’altra narrativa, quella del plebiscito per la continuità del regime di Augusto Pinochet in Cile, nel 1988, presentata nel filme No (2012). Era una grande sfida convincere il popolo a votare per il “no” (“no” alla dittatura di Pinochet) visto che il governo aveva in mano tutti gli apparati di comunicazioni e di controllo di stato; ad un primo momento il gruppo incaricato della campagna del “no” produce materiali con le scene e le storie terribili della tortura e della morte perpetrate dal regime di Pinochet; materiali veridici, reali, documentali, ma pesanti.

Alcuni sondaggi mostrano che la gente non si sensibilizza con quello che è accaduto, anche se è stato con i suoi. La verità presentata come documento è troppo dolorosa per commuovere. Allora il gruppo cambia strategia e decide di contrattare un pubblicitario abituato alla costruzione di narrative per marche come Coca-Cola e altre aziende di consumo di massa. La decisione non piace ai sopravvissuti del regime, che vedono le loro esperienze svuotate, rese senza importanza. Però la campagna funziona. Attraverso il linguaggio leggero, colorito e allegorico della pubblicità il gruppo riesce a convincere il popolo cileno a votare per il “no”, e cade il regime.

In quanto elementi paragonabili, il regime cileno è forse meno lontano dal genocidio ebreo che il linguaggio della letteratura di Levi da quello della campagna pubblicitaria del “no”. Tuttavia, la decisione di usare il “poetico” — e non il “documentale” — per rendere dicibile l’indicibile mi pare che sia alla base dei due fatti, almeno come fatti di comunicazione.

Curitiba (Brasile), 16 febbraio 2021.

Note

[1] LANGBEIN, Hermann. Auschwitz. Zeugnisse und Berichte. A cura di H. G. Adler, H. Langbein, F. Lingens-Reiner. Hamburg: Europäische Verlag, 1994.
[2] LEVI, Primo. Se questo è un uomo. La tregua. 4 ed. Torino: Einaudi, 1995.
[3] CELAN, Paul. Arte poética. O meridiano e outros textos. Tradução João Barrento e Vanessa Milheiro. Lisboa: Livros Cotovia, 1996.
[4] Del latino in + participio presente di fari, “parlare”.

Bibliografia

AGAMBEN, Giorgio. Il testimonio. Quel che resta d’Auschwitz. L’archivio e il testimone. Torino: Bollati Boringhieri, 1998.

AGAMBEN, Giorgio. Ideia da prosa. Tradução, prefácio e notas João Barrento. 1 ed. 1. reimp. Belo Horizonte: Autêntica Editora, 2013.

LEVI, Primo. Se questo è un uomo. Commento da Alberto Cavaglion. Torino: Einaudi, 1989.

NO. Reggia: Pablo Larraín. Produzione: Daniel Marc Dreifuss, Juan de Dios Larraín, Pablo Larraín. Chile: Fabula, Participant Media, Funny Balloons, Cunana Films, 2012. 118 min, color.

SELIGMANN-SILVA, Márcio. A história como trauma. In: NESTROVSKI, Nelson; SELIGMANN-SILVA, Márcio (org.). Catástrofe e representação: ensaios. São Paulo: Escuta, 2000.

*** Questo è un testo scritto da una persona madre lingua portoghese come compito nel corso di laurea in Lettere-Italiano presso l'Universidade Federal do Paraná (Curitiba-Brasile). Correzioni grammaticali e suggerimenti stilistici riguardanti la scritta di questo testo sono benvenuti nei commenti.***

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